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Omicidio Mollicone, assolti i Mottola. Proteste e rivelazioni

IL GIALLO DI ARCE – A quattro giorni dalla sentenza del Tribunale di Cassino il dibattito è ancora acceso e ci si divide tra forcaioli e garantisti. Uno striscione davanti al Palazzo di Giustizia fa scattare altre indagini. L’accusa è pronta a ricorrere in Appello. La difesa con il criminologo Lavorino fa il nome di chi avrebbe potuto uccidere Serena. Tutti i dettagli

Quattro giorni sono trascorsi da quando, venerdì 15 luglio, il presidente della Corte d’Assise del Tribunale di Cassino, il giudice Capurso, alle 19.30 in punto ha letto la sentenza con la quale ha dichiarato assolti i cinque imputati per l’omicidio di Serena Mollicone, la giovane di 18 anni scomparsa ad Arce il 1° giugno del 2001 e poi ritrovata morta il 3 giugno nel bosco di Fonte Cupa, a Fontana Liri, oggi ribattezzato bosco “Serena Mollicone”.

LA REQUISITORIA DELL’ACCUSA

La procura di Cassino con il Pm Beatrice Siravo aveva chiesto la condanna a 30 anni per l’allora comandante della caserma di Arce, Franco Mottola, 24 per il figlio Marco e 21 per la moglie Anna Maria. Nella requisitoria, i giudici hanno chiesto anche una condanna a 15 anni per Vincenzo Quatrale, all’epoca vice maresciallo e accusato di concorso esterno in omicidio, e 4 anni per l’appuntato dei carabinieri Francesco Suprano a cui è contestato il favoreggiamento. Entrambi, secondo l’accusa, sapevano cosa era successo in caserma, ma decisero di non parlare. 

LE ARRINGHE DELLA DIFESA

I legali del pool difensivo hanno smantellato il castello accusatorio con arringhe durate ore e che alla fine hanno convinto i giudici togati e popolari. Tra le altre cose, l’avvocato Germani ha evidenziato: “Mottola, sapiente manovratore, sa che il figlio ha fatto sbattere Serena contro la porta e si tiene la porta per 13 anni, poi quando viene trasferito la lascia lì. Come poteva sapere che non ci fosse un capello, una goccia di sudore, una goccia di sangue di Serena? La prima cosa che in genere si fa è far sparire l’arma del delitto, invece Mottola lascia la porta lì alla mercé del primo esperto dei Ris. Ma vi sembra normale? I Mottola, ha aggiunto, erano e sono innocenti e consapevoli che questa Corte non potrà fare altro che ribadire questa lapalissiana verità”.

L’APPELLO DI TUZI E IL RICORSO IN APPELLO

Alla lettura della sentenza i legali hanno dunque potuto esultare per l’assoluzione degli imputati. La procura ha spiegato di aver fatto il possibile e la battaglia legale proseguirà con molta probabilità a Roma: sembra infatti scontato il ricorso in Appello. Lo lasciano intendere anche gli avvocati delle parti civili, in particolare i legali di Maria Tuzi, la figlia del brigadiere che in un primo momento aveva testimoniato di aver visto Serena entrare in caserma ad Arce. Testimonianza poi in parte ritrattata. Il brigadiere fu poi trovato senza vita. “Mio padre certamente non si è ucciso per amore” ha spiegato la figlia, Maria, chiedendo a Suprano di parlare e dire quello che sa sul caso. In Ciociaria, intanto, il territorio si divide tra forcaioli e garantisti. A protestare contro l’assoluzione degli imputati sono stati alcuni dei presenti alla lettura della sentenza che hanno scatenato tafferugli all’uscita dei Mottola in piazza Labriola, che sono quindi stati scortati.

LO STRISCIONE E LE INDAGINI

La protesta è poi proseguita sui social e nel weekend è tornata a palesarsi dinanzi al Palazzo di Giustizia con uno striscione appeso dinanzi al Tribunale con la scritta: “Dal 15.07.2022 lasciate ogni speranza (di Giustizia) voi che entrate”. Ora s’indaga su chi ha affisso lo striscione, per questo gli uomini del capitano Giuseppe Scolaro hanno chiesto l’acquisizione delle immagini del circuito di videosorveglianza che c’è in piazza Labriola, per dare un nome e un volto all’autore del gesto. Acquisiti anche i tanti manifestini affissi all’ingresso del tribunale nel pomeriggio di venerdì, mentre i giudici (due togati e sei popolari) erano in camera di consiglio.

I GARANTISTI E LA CONFERENZA

C’è però anche chi chiede di rispettare le sentenze e di evitare la gogna per gli imputato assolti. I Mottola, intanto, con i loro legali hanno tenuto una conferenza stampa all’Hotel ‘Il Boschetto’ subito dopo la sentenza.

“Non c’è un’accusa che mi ha ferito più delle altre, perché noi con questa storia non c’entriamo niente ed ogni cosa che è stata detta contro di noi ci ha feriti, noi sapevamo di essere innocenti. Come cambia la nostra vita da questo momento? Abbiamo un po’ di serenità in più, non abbiamo questa spada di Damocle sulla testa” ha spiegato l’ex maresciallo della caserma di Arce rispondendo ai cronisti.

Qualcuno dice che il processo è esso stesso una condanna. La signora Annamaria spiega che “si è trattato di una calunnia”. Poi ha aggiunto: “In questi anni ho parlato poco e continuerò a parlare sempre di meno, non ci piacciono i riflettori, sono stata sempre contraria”. Gli fa eco il figlio, Marco: “Non piace metterci in mostra. A noi piace stare con le nostre famiglie e con i nostri bambini, questo è quello che ci è mancato che volevano toglierci e ci stanno provando ancora. Non vediamo l’ora di andare a casa ad abbracciare i nostri familiari. Qualcuno è venuto, ed abbiamo pianto insieme”.

LA RIVELAZIONE

Serena Mollicone a distanza di 21 resta però senza un colpevole. Quale strada perseguire, adesso? L’interrogativo, inevitabilmente, arriva puntuale al criminologo della difesa. Da parte sua Lavorino non si sottrae e dice: “Il delitto non è certamente colpa nostra ma è colpa di chi ha indagato male. Arrivati a questo punto la procura si rivolga a consulenti molto bravi che possano darci una mano. Io e il mio pool siamo pronti”.

Nel corso della conferenza stampa, il dottor Lavorino mette sul tavolo un nuovo nome. Spiega il criminologo: “Abbiamo detto alla procura già 4 anni fa di prendere le impronte digitali di questa persona perché come modus operandi, di stile di vita troiviamo delle analogie sull’omicidio di Serena Mollicone con l’omicidio che la persona a suo tempo commise e per il quale venne condannato a 24 anni. Presentammo la prima istanza quando questa persona era viva, poi questa persona è morta ma le impronte digitali ci sono” . Chi è la persona di cui parla il criminologo? “Credo – spiega Lavorino – che la Procura dovrebbe quindi prendere in considerazione il fatto di dover comparare le impronte digitali di Tonino Cianfarani, omicida di Samanta Fava, uccisa nel 2012, con quelle rinvenute sul nastro adesivo che chiudeva la bocca di Serena Mollicone. L’omicidio per il quale Cianfarani è stato condannato al carcere, è assonante per modus operandi a quello di Serena”.

Conclude Lavorino nel corso della conferenza con la famiglia Mottola e i legali del pool difensivo: “Noi abbiamo una sola certezza in questo caso e cioè che le impronte digitali sul nastro sono della combinazione criminale che ha ucciso Serena Mollicone. Troviamo i produttori di queste impronte digitali e troviamo il soggetto. Persero tempo con Carmine Belli perché non combaciavano le impronte digitali ed  hanno perso tempo con la famiglia Mottola”. 

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