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Senza imbarazzo, si fa paladino della “questione morale” chi proprio non dovrebbe

OPINIONI – Lunedì a Cassino il Consiglio comunale straordinario sul caso del presunto voto di scambio e firme false. Il prof. Mario Cista bacchetta il “quintetto” di opposizione la “relazioncina vergata su una paginetta, contenente argomenti alquanto discutibili ed estranei alle competenze dell’assemblea consiliare”

di Mario Costa

“Dibattito sulla notizia di conclusioni delle indagini preliminari relative a procedimenti istituiti presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Cassino”. Sì, avete letto bene: “ Conclusione delle indagini preliminari”. Di questo, e di nient’altro, è chiamato ad occuparsi il Consiglio Comunale della nostra povera città, lunedì 4 aprile con inizio alle ore 18.00.

Se la massima assise cittadina fosse stata convocata con tale solo argomento tre giorni prima, ovvero il primo di questo mese (che per la volubilità del periodo che precede la bella stagione fa dire ad un vecchio adagio: “Aprile quando piange e quando ride”), al primo impatto con la lettura si sarebbe potuto pensare al classico “pesce d’aprile” appunto. Ma qui c’è poco da scherzare, assai meno da “ridere” e parecchio da “piangere”. Purtroppo.

Resta infatti pressoché impossibile, almeno a memoria d’uomo, trovare nella civile Italia un precedente simile. Un precedente cioè dove la notizia di conclusioni – si badi bene! – delle “indagini preliminari” di un’inchiesta della magistratura inquirente abbia determinato la formale richiesta di un dibattito consiliare in merito. In una fase che, proprio perché “preliminare”, non consente ad alcuno, almeno non si tratti di qualche incosciente temerario, di entrare allegramente nel merito delle indagini in corso e renderlo pubblico.

Quando la massima assise cittadina, luogo del confronto democratico e del sano e responsabile dibattito sulle scelte da operare nell’interesse di una comunità, la si vuol svilire nel proprio ruolo istituzionale per trasformarla in un’aula di giustizia, c’è poco di cui rallegrarsi. Ancor più quando nel novero di quel quinto dei consiglieri previsto dallo statuto per la richiesta di convocazione ce n’è uno, il più agitato della compagnia, che insieme ad altri si ritrova sul groppone non una richiesta, ma un vero e proprio “rinvio a giudizio” per l’ipotesi di gravi reati commessi addirittura nell’esercizio delle proprie funzioni di amministratore comunale. Cosa per la quale non si è costituito non solo alcun quintetto ma neppure si è agitato alcun individualista a stimolare altri colleghi a richiedere per quel rinvio a giudizio un dibattito in Consiglio, l’organo politico amministrativo di cui il consigliere-imputato fa parte. Degnamente o indegnamente sarà compito della magistratura giudicante stabilirlo.

La richiesta di convocazione è partita dai consiglieri di minoranza Leone, Fontana, Petrarcone, Mignanelli e De Sanctis ai sensi dell’art.31, comma 3, lettera b dello Statuto (“richiesta di un quinto dei consiglieri in carica”) e ai sensi dell’articolo 25, comma 1 del regolamento del Consiglio Comunale. Quest’ultimo stabilisce che quando si devono effettuare soltanto un esame ed un dibattito generale, senza adottare deliberazioni o risoluzioni, i richiedenti debbono allegare una relazione che illustri l’oggetto da trattare. Cosa che è stata fatta ovviamente.

Una relazione dunque. Ma gli argomenti proposti in quella “relazioncina” (“Le relazioni possono essere buone o meno buone, ma sono relazioni…” ebbe a dire una volta in un convegno a Montecassino, un inamovibile storico ministro democristiano della Prima Repubblica ad un annoiato uditorio per spiegare che le relazioni son tali se ampie, articolate e ampiamente argomentate), quella “relazioncina”, dicevamo, vergata su una paginetta contiene argomenti alquanto discutibili ed estranei alle competenze dell’assemblea consiliare, organo di indirizzo e di controllo politico- amministrativo. Facoltà questa che va comunque esercitata con l’adozione di atti rientranti esclusivamente nelle competenze di un Consiglio comunale.

La presidente Barbara Di Rollo, procedendo alla convocazione, ha fatto correttamente quanto in suo dovere, pur in assenza di una iniziale, obiettivamente non facile formulazione dell’ordine del giorno. Non era – e non è – suo compito entrare nel merito dell’argomento proposto, men che meno sindacarne l’oggetto. Spetta al Consiglio nella sua totalità la verifica della legalità della convocazione e l’ammissibilità della questione da trattare.

Il sindaco, Enzo Salera, non è così ingenuo da non aver capito a volo qual è lo scopo dei cinque firmatari dell’opposizione e dove vogliono andare a parare. Ma ha convinto i suoi, anche quelli più sensibili alla difesa della dignità dell’organismo cui sono stati eletti e di cui si sentono onorati di far parte, a volere il confronto in Consiglio comunale. Anche perché non si può consentire che, senza imbarazzo, si faccia paladino della “questione morale” proprio chi sa, più d’altri, che si tratta di un tasto che farebbe bene a non toccare. Come prudenza suggerirebbe.

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